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MODI DI DIRE E DI FARE

Nel vissuto di tutti i giorni, facciamo spesso uso di modi dire, locuzioni, proverbi, per sottolineare, avvalorare e marcare certe azioni, espressioni o comportamenti.

Facendo però attenzione, notiamo che alcuni di loro sono antagonisti come, ad esempio, il detto “chi non risica non rosica” è contrapposto al “chi si accontenta gode” per cui, nella stessa situazione, non sempre i detti ci aiutano in maniera infallibile.

“Verba volant scripta manent”, “carta canta“ e “mettere nero su bianco” sono tre modi di dire che remano tutti e tre nella stessa direzione. Il significato comune infatti è quello di sottolineare come di fronte ad una traccia scritta, di un accordo o di un contratto scritto e firmato dalle parti, è più semplice ricostruire l’accaduto e, con questo, ritrovare una pseudo-verità, rispetto allo stesso accordo, definito a parole.

Queste tre espressioni mi servono per supportare alcune stranezze che mi sono capitate in sede di consiglio comunale. Il 12 aprile scorso infatti, tra i punti all’ordine del giorno della seduta consiliare, ce n’era uno riguardante un atto ricognitivo circa la proprietà dell’area di un frustolo di terreno sito all’interno delle mura castellane del nostro paese.

Poco importa se la proposta di delibera ci era stata presentata come una richiesta di rendere alienabile quslla proprietà, che sottintendeva la volontà del nostro ente di rinunciare alla proprietà stessa, rendendosi disponibile alla cessione del terreno, per poi in C.C. discutere esattamente del contrario.

La cosa veramente strana è che da quanto emerso presso l’archivio catastale (organo ufficiale al quale chiunque, notai compresi, fa riferimento per ogni tipo di visura catastale per terreni ed immobili) sembrerebbe che il frustolo di terreno sia di proprietà del nostro comune (registrazione al catasto del 25 agosto 1976) mentre, e questa è la teoria dei nostri tecnici e di alcuni nostri amministratori, la proprietà è sempre stata privata. A suggello di questa posizione, si riporta la presenza di una totale recinzione del terreno con siepe interna, di una ricerca storica presso il catasto pontificio del 17° secolo, di una relazione tecnica di un professionista locale datata 1 agosto 1976 e, infine, di testimonianze di anziani i quali ne confermerebbero la recinzione da tempo immemore, con la conseguente logica pertinenza all’immobile stesso.

Tutto chiaro ora?

In tutto questo mi domando perché dovrei prendere per buono quanto riportato su un documento del catasto pontificio del 17° secolo e non ritenere valido quanto indicato nel documento del catasto del 20° secolo?

Per quale motivo il professionista, nella sua relazione tecnica dell’agosto 1976, ne descrive la pertinenza all’immobile mentre, sempre nello stesso mese di agosto 1976, risulterebbe di proprietà del nostro Ente?

Non vi sembra un po’ eccessivo, in un atto pubblico, schierare documenti del catasto pontificio del 1600 insieme a ricordi di anziani compaesani? Chi sono questi anziani? Chi rappresentano?

La cosa buffa è che quando queste situazioni coinvolgono interessi tra privati, queste discussioni si risolvono sempre facendo ricorso ai documenti ufficiali (quelli presenti al catasto) interpretandoli al meglio con tecnici e legali. Quando invece ad essere coinvolta è la proprietà pubblica, le difficoltà e le risoluzioni sono le più disparate e fantasiose possibili.

Per concludere lancio due piccoli spunti di riflessione: Chi pagherà secondo voi le spese per l’aggiornamento della proprietà al registro del catasto? Se la delibera di consiglio comunale diverrà esecutiva, si riconoscerà che il frustolo di terreno non è di proprietà comunale ma dei privati proprietari dell’immobile; verranno quindi richieste dal nostro comune le tasse di proprietà, a questo punto non versate, dal 1976 ad oggi?

“Campa cavall’ che l’erba cresc’”!

Giovanni Furlani

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